On-Premises vs Cloud, introduzione (1/3)

Iniziamo l’anno con una serie di 3 articoli a tema “On-premises vs Cloud”. Non manca giorno che ci sia discussione con i clienti su quale sia il luogo più idoneo per un certo servizio o applicazione: “Facciamo una nuova macchina virtuale sul server?”, “Quanto costerebbe portarlo nel Cloud?”, “Cosa è più sicuro?”.

L’informatica sta cambiando e considerare l’hardware come un servizio che può essere acquistato e fruito da remoto non è affatto semplice, anche per gli addetti ai lavori. Con questi articoli spero di fare un po’ di chiarezza e indirizzarvi sulla scelta più adeguata. Il punto di partenza però deve essere chiaro: non esiste “un meglio” e neanche un “più conveniente”. Tenere l’hardware in casa propria o utilizzare il Cloud sono due scelte alternative, ciascuna con pregi e difetti. La risposta sarà quindi sempre: dipende.

Il primo passo è fare chiarezza sulla terminologia.

“On-Premises” significa letteralmente “nei locali”, ci stiamo riferendo al più classico dei server ospitato in una qualche stanza della vostra azienda. Quanti siano i server, se fisici o virtuali, quanti dispositivi o collegamenti ci siano non fa differenza: tutto ciò che si trova presso di voi è considerato “On-Premises”.

Lo stesso ragionamento vale per il software: anche il gestionale installato sul server aziendale rientra nella categoria “On-Premises”.

Ecco un tipico scenario “On-Premises”:

Nell’immagine si vede la sala server di un nostro cliente, piuttosto ordinata, con un sistema di climatizzazione e gruppi di continuità. Non tutte le aziende hanno questa struttura, magari nella vostra il server assomiglia più ad un personal computer (sempre acceso) messo sotto qualche scrivania.

“Cloud” significa “nuvola” ed è il termine con cui oggi indichiamo un hardware oppure un software che si trova da qualche parte su Internet ed a cui accediamo da remoto. Se per noi il “Cloud” è smaterializzato, intangibile, misterioso, sappiate che dietro c’è sempre un computer acceso e ospitato in un datacenter, magari dall’altra parte del mondo. L’utente accede al server tramite la rete (questo anche dentro le mura aziendali) quindi che il server si trovi in un altra stanza o in un altro paese, da un punto di vista puramente tecnico non fa alcuna differenza. Proprio questo ha reso possibile parlare oggi di “Cloud”.

Abbiamo usato il termine “datacenter”. Che cosa è? Il datacenter è un luogo attrezzato per ospitare tantissimi server, con impianti di condizionamento, gruppi elettrogeni, sistemi antincendio, personale di sorveglianza 24h su 24. Sono solitamente di proprietà delle società di TLC (o service provider) che attrezzano ed affittano questi spazi per chi vuole portarci il proprio server.

Questo video fa vedere il datacenter di livello 4 (tier 4) di Aruba, ad Arezzo:

 

Ora che è chiaro cosa sia un datacenter, possiamo dividere il “Cloud” in due categorie principali: private e public.

Il “Private Cloud” è sostanzialmente quello che un tempo chiamavamo “housing”. L’azienda decide di portare i propri server in datacenter affinché siano ospitati in un luogo più idoneo o dotato di una migliore connettività ad Internet. Se prima si faceva solo per i servizi web (proprio per una maggiore necessità di banda) oggi è diventato abituale farlo per qualsiasi tipo di server. Tra il datacenter e l’azienda viene stabilito un collegamento privato (VPN) per cui virtualmente è come se il server si trovasse nella stanza accanto. Alcuni datacenter offrono la possibilità di acquistare o noleggiare anche l’hardware, così da sollevarvi dall’incombenza di portare fisicamente le macchine presso di loro.

Anche il “Public Cloud” ha un certo legame con quello che si chiamava “hosting” ed è diventato famoso con le offerte di Microsoft Azure oppure Amazon EC2. Una società specializzata attrezza uno o più datacenter con tantissimi server, abbondanza di spazio disco ed una eccellente connessione ad Internet. Poi vi vende una porzione di questo datacenter a consumo, in base a quante risorse utilizzate e per quanto tempo. Così se vi serve un server per un mese oppure dovete fare un test, essendo già tutto pronto, istantaneamente potete richiedere l’attivazione. Tutto il processo avviene on-line e dal vostro browser (aspettando al massimo qualche minuto) potete creare un nuovo server con il sistema operativo che desiderate.

Le risorse hardware e software nel “Public Cloud” sono di proprietà del provider e dovete essere consapevoli che le state condividendo con altri utenti sparsi nel mondo. Questa è la console di gestione di uno spazio “Public Cloud” su Microsoft Azure:

Finora abbiamo parlato di “On-Premises” e “Cloud” con particolare riferimento ai server e quindi alle macchine virtuali. Ma non dimentichiamoci del software. Se in azienda per le e-mail utilizzate Outlook e sul server è installato Microsoft Exchange, direte di avere un sistema di posta elettronica “On-Premises”.

Se invece utilizzate il browser Chrome collegati a Gmail direte che il vostro sistema di posta è “Cloud”.

Per ultimo c’è la via di mezzo! Se avete parte delle risorse in azienda e parte nel “Cloud” la vostra configurazione è quella del “Cloud Ibrido” e, al momento in cui scrivo questo articolo, è la condizione in assoluto più diffusa tra le aziende. Spesso infatti si decide di lasciare tutto “On-Premises” ma di portare fuori qualcosa, magari di complicato da gestire, e di solito si parte proprio dalla posta elettronica. Così ad esempio in azienda rimane il server con il servizio di Active Directory e le e-mail vengono gestite tramite Office 365.

Torniamo al punto di partenza: cosa è meglio per voi, “On-Premises” o “Cloud”? Abbiamo detto: dipende.

Nei prossimi due articoli analizzeremo pro e contro di entrambe le soluzioni!

 

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